Con il nome “Corviale” o più correttamente “Nuovo Corviale” (il “Serpentone” per i romani) si identifica un edificio costruito lungo la via Portuense. Doveva essere il primo quartiere satellite o città satellite in grado di offrire ai suoi abitanti tutti i servizi necessari. La logica dell’intervento si ispira alle soluzioni residenziali del primo razionalismo e presenta chiari riferimenti, vittime di una attuazione non sempre corretta, che fanno riferimento alle “Unités d’Habitation” di Le Corbusier, di cui un esempio in buona parte attuato si trova a Marsiglia.
Set di Bryenh, Corviale.it
Noi di Un piccolo passo amiamo le fotografie.
Le fotografie sono ricordi dei viaggi che facciamo, o speranze per i viaggi che vorremmo fare.
E come ogni buon viaggio che si rispetti, c’è bisogno di una mappa che ci guidi o che ci aiuti a perderci.
La prima mappa che vi segnaliamo è Roma Fotografica. Una mappa accessibile a tutti e da tutti modificabile: un segnalino blu per indicare un posto che si conosce e/o che si ritiene particolarmente fotogenico, un segnalino rosso per i posti che si è fotografati. Il tutto condito dalle vostre note.
Conoscete altre mappe interessanti? Avete creato dei percorsi che vi sono stati utili nei vostri viaggi? Sulla tratta casa-scuola/lavoro che fate ogni giorno ci sono dei siti interessanti, di cui magari conoscete la storia? Segnalateceli mandandoci una mail.
ogni piccolo passo è un viaggio, anche prepararsi la fetta biscottata alla nutella la mattina.
ma vogliamo segnalarvi una cosa che si coniuga bene con quello che cerchiamo di fare qui: raccontare e viaggiare.
dal 25 al 28 settembre si svolge al palazzetto mattei di villa celimontana e al palazzo delle esposizioni di roma la prima edizione del festival della letteratura da viaggio: incontri con scrittori, concerti, mostre, spettacoli.
per info: 060608 attivo dal 16 settembre tutti i giorni dalle 9,30 alle 22.
di Nemo
Premo il pulsante sulla radio.
Play.
ON.
Le gomme gracidano per qualche istante sul ghiaino, poi mordono la terra con caparbietà e si lasciano dietro qualche sbuffo di polvere. Una di quelle tracce invisibili tanto desiderate dai criminali; una di quelle tracce che vorresti lasciare da qualche parte, aspettare che qualcuno più intelligente degli altri se ne accorga e ti dia la caccia. Un po’ come quando stai in silenzio ma vuoi dire mille cose, come quando le parole non bastano più e l’unico modo per fare baccano, per farsi sentire, è ammutolirsi. Sigillarsi nelle labbra più serrate.
Ci sono tante cose che non vanno qui.
Gli atteggiamenti, tanto per fare un esempio. E questo diventa un motivo più che sufficiente per scappare, per gettarsi alle spalle secoli di omertà, curvare con il culo incollato al sedile e sentirsi provvisoriamente liberi. Anche le strade non vanno qui. Ma le affronti, le rendi docili, le fai intenerire con la tua guida spericolata e azzardata.
Un istante prima, una placida lucertola si insinua tra le piccole pietre della stradina (divisa, come tutti i sentieri di campagna d’Italia, da una sottile striscia di erba secca). Un istante dopo, il rombo del motore segue lo schiamazzo delle ruote su quelle stesse pietre. Capita che abbassi tutti i finestrini prima di partire e poi ti sporgi pericolosamente da quello lato guida e cominci a gridare a squarciagola. Le pecore ti guardano passare e sentono solo un velocissimo yaaooouuuuu. Poi tutto torna normale. La quiete della campagna siciliana inghiotte le cose peggio di quanto facciano la notte e l’oscurità.
Poi blocchi le ruote, l’automobile si inclina un po’ e tutto tace.
Scendi dalla vettura e il pubbirazzu ti si appiccica con dolcezza alla pelle sudata.
Inspiri ed espiri.
E questo profumo di erba secca, misto a quello degli olivi, dei limoni, della terra bagnata da qualche contadino, del fumo di sterpaglie messe a bruciare, questo profumo – dicevo – non riuscirai mai a dimenticarlo, neanche se lo volessi. I Muse suonano ancora. Risali in macchina e spegni la radio. Ora solo cicale e grilli fanno da contrappunto sonoro a questa Sicilia.
Archiviato in: italia
di Alesstar
hai iniziato due anni fa a prendere il treno a quell’ora.
quando si prende il treno sempre alla stessa ora, nella stessa direzione, dopo un po’ si comincia a notare che più o meno siete sempre le stesse persone, più o meno sempre alle stesse stazioni.
estate ed inverno.
un piccolo miniclub di sconosciuti su strada ferrata.
e tra gli affiliati di questa piccola società, c’è lui.
alto, si. 45 anni su per giù. un po’ di pancetta. occhi castano verdi, capelli castani.
non è bello. non è brutto. ma si nota.
sale sempre alla stessa stazione, a volte prima. camicia azzurra, pantaloni blu, zainetto monospalla. e una fascia sulla manica. fa la guardia giurata.
lo vedi sempre, lo conosci quasi, hai l’istinto di salutarlo, ma non lo fai, che mica vuoi esser presa per matta, e continui a startene dietro i tuoi occhiali da sole a guardare la campagna o a leggere.
poi un giorno, dopo due anni, un particolare, ovvio, che non avevi notato.
anche lui se ne sta dietro le sue lenti scure. ha i gomiti piegati alla vita, le mani giunte in grembo. lo zainetto sotto il gomito destro. se non fosse per quello che c’è sotto lo zainetto e fa capolino dal gomito, sarebbe una posa del tutto normale per una persona seduta sul treno direzione lavoro.
e invece no.
perchè sotto quel gomito, c’è una pistola.
una pistola vera, eh, mica quelle col cerchietto rosso alla canna. mica quelle per giocare agli indiani e ai cowboy. una pistola vera, di quelle che si puntano ai malviventi. di quelle che proteggono le persone oneste, come te.
di quelle che quando la gente dà di matto, ti punta senza alcun motivo. e pensi: “ok, non sarebbe il primo onesto cittadino che per il caldo o la confusione si comporta come non ha mai fatto”.
e ti chiedi. se esce di testa, con chi se la prende per primo? con te che fai l’indifferente? con il vicino che chiacchera con moglie e figlioletti? e come ti sentiresti? e dove te la punta?
alla testa.
sarà che sei bassa. sarà che è più facile puntarla lì che al cuore. sarà, sarà, sarà. sarà che preferisci pensare che se proprio deve succedere, sia abbastanza rapido da non dover capire e da non dover sentire nient’altro che il botto.
paura. tranquillità persa.
abbassi gli occhi, torni al libro, o alla campagna romana. fosse mai che si senta osservato e si innervosisca.
di Dyoniso
Mio padre, lui sì che era un uomo! Molto all’antica, questo sì, ma un gran lavoratore, un buon marito e un padre affettuoso. Riusciva a stare otto ore in fabbrica, alla catena di montaggio della Giulietta Spider dell’Alfa ad Arese, tornare a casa dopo un viaggio stressante ed avere ancora il sorriso in faccia. Quando lo vedevo mi s’illuminavano gli occhi, gli correvo incontro e gli saltavo in braccio. Solo ora mi accorgo di quanti sacrifici abbia fatto per noi. Non dev’essere stato facile far andare avanti una famiglia di cinque persone con uno stipendio così basso. Ha cresciuto me e le mie due sorelle senza farci mancare mai un regalo a Natale o la pizza il sabato. Certo, i problemi c’erano, ma noi non ce ne siamo mai accorti, almeno sino all’età della maturità. E’ riuscito a passare indenne l’epoca delle contestazioni, senza farsi trascinare. E a quelli che gli davano del crumiro rispondeva: “Ho tre figli”. Sempre così è stato, tirando avanti per la sua strada, un uomo tutto d’un pezzo, avrebbe detto qualcuno. E io lo ammiravo, lo amavo, era come un re per me. Ancora ricordo quando la domenica mattina ci alzavamo di buon’ora, solo io e lui, caricavamo le biciclette sull’auto e andavamo al parco. Il tragitto era breve ma mi sembrava durasse un’eternità, tanta era la gioia di averlo affianco per una mattinata intera. Prendevamo le nostre bici ed eravamo pronti per la nostra razione di risate e divertimento. Un giorno, mentre giocavo in braccio a lui, lo guardai e scorsi una lacrima che calava dal suo volto, forse già sapeva. Io in quel periodo ero molto piccolo e non capivo un granché di quello che mi succedeva intorno. Avevo più o meno sette anni e solo dopo, in una sua lettera, trovai molte spiegazioni e molti suoi rimpianti. Mi scrisse che avrebbe voluto conoscermi meglio, insegnare a radermi, a guidare, regalarmi la prima macchina, essere presente il giorno in cui mi sarei laureato e il giorno in cui avrei portato all’altare la mia sposa. Era il luglio del 1982, l’Italia vinceva i campionati mondiali ed io perdevo mio padre.


















